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BRONZI DI RIACE, LA VERITA' NEGATA, intervista di Gino Pitaro
Di Ginux (del 08/01/2010 @ 12:49:06, in Cultura e Società, linkato 340 volte)

Tideo (bronzo A, "il giovane") e Anfiarao (bronzo B, detto anche "il vecchio")

BRONZI DI RIACE - LA VERITA’ NEGATA

(in alto una delle tante copertine dedicate ai Bronzi -qui bronzo A- e una foto con Gino Pitaro e il Prof. Braghò. In basso al testo che segue c'è invece la prima dichiarazione resa dal sub Mariottini al Soprintendente Foti.)

Intervista al Dott. Giuseppe Braghò di Gino Pitaro Vengo ricevuto dall Prof. Braghò in un pomeriggio invernale nella sua elegante e sobria abitazione di Vibo Valentia; il colto studioso, ricercatore e grecista mi accoglie con modi cordiali, amichevoli e vigorosi. Dopo aver gustato un corposo amaro, mentre siamo comodamente seduti nel soggiorno, comincia la mia intervista.

Gino P: Professor Braghò, partiamo da questa considerazione, forse un po’ banale: i Bronzi vengono ritrovati a 8 metri di profondità e a 220 dalla riva. A molti, reperti di questa entità, sembra anomalo che siano stati scoperti non distante dalla battigia, com’è possibile?

G. Braghò: La domande è pertinente, ma è più che possibile. In realtà durante l’inverno c’erano state delle violentissime mareggiate, che arrivarono fin sulla statale che costeggia Riace. Le mareggiate possono far affiorare dai fondali reperti e materiale di vario tipo, anche gradualmente nell’azione prolungata del tempo, e quindi anche spostarli, considerando pure che trattasi di statue di 2500 anni fa. Osservando il rilievo tecnico della costa, si può osservare come in zona vi era anticamente un approdo greco; sono moltissime e tutte plausibili le circostanze per le quali questi reperti erano lì, in transito e per gli scopi più diversi. Inoltre vicino c’era la colonia greca Kaulon (oggi Caulonia), uno degli insediamenti più importanti. Io personalmente ho raccolto testimonianze relativamente al fatto che, prima della stagione primaverile, i pescatori durante lo “strascico” con le reti avevano già notato e capito che c’era qualcosa, e questa è una finestra temporale dove possono essere accaduti trafugamenti o passaggi di informazioni. Già per disincagliare le reti qualcuno si era tuffato ed aveva pescato qualcosa…

Gino P: Cosa ci fa Stefano Mariottini, lo scopritore ufficiale dei Bronzi, in Calabria?

G. Braghò: Mariottini, com’è noto, è un chimico romano della Selenia, uno stabilimento lungo la via Tiburtina di Roma, e aveva sposato una donna del luogo, di Monasterace, un paese vicino Riace. Era un valente subacqueo ed aveva la passione dell’archeologia, non solo subacquea ma anche terrestre; lui veniva a mare e parcheggiava vicino alla famiglia Sgrò, umili abitanti del posto. Giuseppe Sgrò, Cosimo e Antonio Alì e Domenico Campagna, erano un gruppo di ragazzi che aveva la passione della pesca, figli di gente semplice che viveva con dignità, appunto. Mariottini però non aveva nessun motivo di andare a Riace, sei km più a sud, se non per queste voci sui bronzi. Il chimico inoltre frequentava tutto il litorale calabrese da molto tempo.

Gino P: Veniamo al dunque, cosa succede nei giorni del ritrovamento?

G. Braghò: Il giorno 16 agosto del 1972 nel primo pomeriggio, i ragazzi citati scorgono una boa, che riconoscono essere un corredo di Mariottini, anche perché allora nessun altro aveva attrezzature come quella del perito chimico, e credono si tratti di un modo per marcare una preda ittica o un’operazione di immersione per la pesca; si avvicinano anche loro, ma del Mariottini nessuna traccia. Il primo a tuffarsi fu Cosimo Alì, le acque erano torbide a causa del mare agitato dei giorni precedenti, e inoltre i ragazzi non avevano muta o attrezzature da subacqueo. Osservando il fondale scambiarono la statua per un “cavaliere romano", suggestionati da fantasie scolastiche, poi nel paese si diffuse l’idea che potesse essere una sorta di grazia divina, cioè il ritrovamento delle statue dei santi Cosma e Damiano…

Gino P: E quindi?

G. Braghò: Succede qualcosa di molto inquietante, i ragazzi si vedono e appurano la realtà delle statue, si recano il giorno dopo, il 17 intorno a mezzogiorno, al comando Spiaggia della Guardia di Finanza di Monasterace…ebbene, della loro dichiarazione fatta al capitano Enzo Rudatis e al brigadiere Luciano Bottalico non vi è nulla, è stata stralciata! Il capitano, su successiva telefonata dell’allora soprintendente alle antichità Giuseppe Foti, non adempie al suo dovere formale di tenere la deposizione dei ragazzi. Perché? Ma le vicende strane sono solo all’inizio, in quanto la deposizione di Mariottini è fortemente difforme dalla realtà del ritrovamento, come anche la successiva resa all’Ispettore della Soprintendenza Pietro Giovanni Guzzo. Stefano Mariottini non si reca subito alle vicine autorità competenti, ma si reca a Reggio previo giro di telefonate a vari personaggi come Enrico Natoli, guarda caso cugino del soprintendente, che lavorava nel settore della sanità, e Alcherio Gazzera docente di Storia dell’Arte a Siderno, successivamente preside, parente acquisito del Mariottini che ne aveva appunto sposato la nipote, intenditore di storia, arte e antichità, poi sorpreso 11 anni dopo per avere illegale possesso di beni di pregio e valore antico. Saputo che il luogo del ritrovamento non era più un mistero, Mariottini “mobilita” queste conoscenze per arrivare al soprintendente delle antichità Giuseppe Foti. Invece di andare alle autorità adiacenti, guadagnando tempo, il subacqueo fa un giro lungo e tortuoso di parenti e amici dei parenti.

Gino P: Perché?

G. Braghò: Era necessario avere il controllo della situazione. Era evidentemente importante che gli attori di questa vicenda fossero quelli che sono stati e non altri. Non solo, riguardo la sera del 16 agosto, vi sono molte testimonianze dove Mariottini viene osservato assieme ad altri che con attrezzature e corde svolge delle operazioni sul luogo del ritrovamento, tanto da fondere il motore della sua imbarcazione…La verità è che scoperte le statue, essendosi sparsa la voce, forse si pensa che l’“affare” possa sfuggire di mano, quindi il subacqueo si rivolge agli amici, ma è possibile che anche precedentemente vi sia una regia precisa, o comunque che i trafugamenti ci siano stati prima, durante e dopo il recupero dei bronzi. Guarda caso molti reperti in casa di Alcherio Gazzera sono della stessa epoca dei bronzi…che coincidenza!

Gino P: La denuncia fatta con il Mariottini presenta forti difformità, ce le vuole illustrare?

G. Braghò: La denunzia ufficiale fatta al Soprintendente Giuseppe Foti parla di gruppo di statue di cui si vedono le due emergenti. E’ evidente che, operando il distinguo, “gruppo” non è sinonimo di “due”, inoltre si scrive di statue prive di incrostazioni, ma nel Bronzo A è evidente la forte presenza delle concrezioni marine, dunque qual è l’altra statua priva di incrostazioni a cui si riferisce Mariottini? Si descrive poi chiaramente uno scudo… Si dice poi “gamba sopravanzante”, ma quella dei bronzi è ripiegata, e nessuna delle due statue è a braccia aperte come viene scritto. Il “Satiro di Mazara del Vallo”, per esempio, è con gamba sopravanzante. Trattasi di dichiarazione redatta da Foti, che, da persona esperta e competente, conosceva bene le parole opportune da usare; il linguaggio non è certo quello del Mariottini. Questa dichiarazione è rimasta sempre ben chiusa e assai poco “maneggiata” (in basso è visibile il documento originale).

Gino P: Le stranezze finiscono qui…

G. Braghò: No, anzi non finiscono proprio, poiché gravi difformità sono presenti nel verbale di recupero dell’Ispettore della Soprintendenza Pietro Giovanni Guzzo, dove si parla di elmi mai trovati…relativamente a una seconda statua si scrive "anch’esso barbato e con elmo”, e difformità vi sono nei verbali della “Legione Carabinieri Subacquei di Messina” sulla posizione dei bronzi rispetto alle altre dichiarazioni. Fino al verbale dei carabinieri del giorno ventiquattro agosto una statua è adagiata sul fianco e un’altra sul dorso, poi appunto il ventiquattro agosto scopriamo che i santi Cosma e Damiano, venerati nella zona, avevano fatto un “miracolo”, perché ciò che vedono i carabinieri è una statua in posizione supina e un’altra prona, insomma una si è spostata dalla posizione di fianco e si è messa di spalle rispetto alla nostra osservazione…e tenga presente che il tempo è stato ottimale per svolgere queste operazioni e che le statue apparivano ben salde sul fondo, oltre al fatto che succede un fatto curioso nella dinamica del ritrovamento…

Gino P: Quale?

G. Braghò: Appena stilata la denuncia di Mariottini giorno 17, Giuseppe Foti, soprintendente e numero uno alle antichità della Calabria, parte immediatamente per una “crociera”. Qual è lo studioso, il dirigente e l’archeologo che, di fronte a una scoperta così eccezionale, si defila immediatamente? E, fatto ancora anomalo, incarica l’allora giovane ispettore Guzzo della non vicinissima Sibari di seguire la vicenda, il quale arriverà sui luoghi della scoperta non prima di un giorno e mezzo dalla denuncia fatta a Foti alle ore 8:30 del 17 agosto…pare…E’ tutto costruito per creare un’assenza di fatto, come a dire: se avranno rubato, la colpa non può evidentemente essere di chi è stato lontano e assente, ma solo dei presenti. In questo modo Foti mantiene lo stesso un’indiscutibile importanza, dato anche il suo ruolo istituzionale, e nel contempo si toglie di mezzo dai luoghi del misfatto.

Gino P: Lei ha raccolto testimonianze?

G. Braghò: Si. Testimonianze di prima importanza sulla reale dinamica dei fatti, e cioè l’effettiva denuncia fatta a Monasterace (paese vicino Riace) da parte dei ragazzi e molto altro, come il trafugamento di scudo e lancia, ma c’è molto di più. Testimonianze rigorosamente registrate e documenti intatti che inchiodano la realtà delle cose. Io non mi fermo. Ci sono i documenti ufficiali che nessuno prima di me aveva voluto o potuto vedere; quando cominciai a fare delle ricerche fui il primo ad avere la possibilità di visionarli, probabilmente anche perché ci fu un momento di transizione tra Elena Lattanzi, la soprintendente successa a Foti, con la nuova nomina, circostanza che considero significativa. Si chieda anche come mai la soprintendente, vedendo queste difformità, non abbia mai disposto un’inchiesta, e, se per assurdo non ne fosse mai venuta a conoscenza, si domandi perché una persona che occupa un ruolo così importante, con le statue greche più belle al mondo, non abbia mai avuto voglia di consultare i documenti di reperti così eccezionali, avendoli sempre a portata di mano. In realtà tenevano i documenti ben protetti ed impedivano a chiunque di avvicinarsi. Io appunto capitai lì in un momento di transizione in cui la Lattanzi era andata in pensione e vi era la reggente Dott.ssa Annalisa Zarattini.

Gino P: Mi viene da pensare “la solita cricca”…

G. Braghò: Veda un po’ lei…ma la Dott.ssa Annalisa Zarattini ha avuto l’onestà, le competenze e la voglia di andare a fondo…poi prontamente spostata dal suo incarico in Calabria…C’è un aspetto particolarmente significativo che capita nel 1981: il giornalista Rai Franco Bruno riceve visita dai Carabinieri, che acquisirono formale deposizione; un magistrato di Locri operò una sorta di fermo provvisorio, esigeva che rendesse manifesto il nome di un presunto mediatore per i reperti trafugati nell’area dei bronzi, il quale si era rivolto al giornalista tramite un avvocato. Il mediatore per lo scudo, lancia e altro diceva che aveva ricevuto poche lire da emissari o personaggi comunque collegati al Getty Museum…Intervenne a sostegno di Franco Bruno un difensore delegato dalla RAI, il quale con scrupolosità convinse l’inquirente di come il suo assistito non fosse tenuto a rivelare l’identità della fonte e lo lasciò andare…

Gino P: Com’è possibile? Si apre un inchiesta su eventuali trafugamenti e poi non se ne seguono le fonti o le tracce evidenti?

G. Braghò: Eppure i fatti sono questi. Franco Bruno riceve queste dritte, poi si apre un’inchiesta con competenza alla procura di Locri. Il testimone è attendibile e poi ci sono delle bobine dove sono registrate delle conversazioni scottanti.

Gino P: Che fine hanno fatto queste bobine?

G. Braghò: Lei deve sapere che su questa faccenda dei Bronzi oggi ci sono fondamentalmente due inchieste, una interna da parte del ministero dei beni culturali e l’altra dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.

Gino P: Si, ma le bobine?

G. Braghò: Sono bobine dell’epoca che sono oggetto di un attento recupero da parte delle autorità competenti. Franco Bruno vide anche due foto fornite dal mediatore: una di uno scudo coperto da concrezioni marine e l’altra di una lancia spezzata. Erano foto inequivocabili, e il personaggio “locale” disse appunto che fu raggirato dal Getty poiché dovevano dargli altro denaro. Guarda caso egli girò liberamente proprio perché nessuno voleva entrare in questi impicci, e anche la sua identità è rimasta celata ai più, ma parte della magistratura e forze dell’ordine lo conoscono bene…ora è da un po’, mi si dice, che non si vede in giro…

Gino P: Ma quanto tempo è passato da questa inchiesta?

G. Braghò: Più di un anno, ma su scudo e lancia esistono diverse testimonianze.

Gino P: Non sarebbe ora che si sapesse quindi qualcosa di più?

G. Braghò: Evidentemente è un’inchiesta scomoda, che tocca tanti personaggi, e sa com’è in Italia, la legge è inflessibile sulle piccole cose o nei confronti di cittadini normali, invece, quando si toccano interessi grossi, si scoprono motivi di “opportunità” che rendono plausibile tacere o “procedere diversamente” su crimini e misfatti, quindi, di fronte all’evidenza delle prove e non potendo soprassedere, le cose rimangono bloccate in una sorta di limbo della giustizia….quando va bene… Le faccio io una domanda: è possibile che io chiamo tutti ladri, viene pubblicato sui giornali, lo affermo anche in occasioni pubbliche, lo scrivo e non ricevo nessuna querela? Cosa le fa pensare questo?

Gino P: Mhhh…mi viene facile pensare che nessuno fa nulla perché se accetta il confronto si tirano fuori carte e testimonianze scomode, e che quindi non conviene ai protagonisti di questa storia rimestare acque torbide…

G. Braghò: Esatto. Guardi che per questa storia sono stato avvicinato da firme importanti del giornalismo italiano, alcune volte accompagnati da personaggi vicini ai servizi segreti, e tutti hanno avuto timori perché oggi la stampa non è paladina della verità, ma serva del potere.

Gino P: Io sono un semplice giornalista…

G. Braghò: Bene, guardi che la sua è un’affermazione impegnativa, poiché io da filologo attribuisco a questa parola il significato di “schietto”, “franco”, quindi mi auguro che lei sarà sempre degno di questa sua affermazione.

Gino P: Ci dica qualcosa di più per i lettori di Fenix…

G. Braghò: Dietro il ritrovamento di scudo e lancia, oltre che anche di un terzo bronzo, quello di cui si possono supporre le braccia aperte e gamba sopravanzante, c’è una pista che conduce appunto negli USA, verso un’importante famiglia statunitense, i Bush, che erano in grandi rapporti di affari e di amicizia con Paul Getty, basti pensare che riguardo la vicenda che vede protagonista il giornalista Franco Bruno, la magistratura e le forze dell’ordine partono decisi con l’indagine sul giornalista in quanto persona informata dei fatti, poi arriva una telefonata di un importante dirigente dell’ENI al Presidente della Repubblica che placa tutto. Bisogna tener conto che le grandi fondazioni come il Getty Museum fanno parte di consorzi di capitali e di società che hanno anche grandi interessi nel mondo del petrolio e dell’industria…ci sono anche testimonianze e evoluzioni di questa vicenda molto interessanti… La telefonata a Pertini da parte dell’ENI potrebbe confermare un quadro indiziario: l’ENI rappresenta il petrolio per l’Italia e Paul Getty aveva colossali interessi nel mondo degli idrocarburi…il resto lo lascio alla sua immaginazione.

Gino P: Quindi li ha il Getty le antichità trafugate?

G. Braghò: No, il Getty ciò che ha espone, non usa tenere nei magazzini reperti perché è rischioso, ma anche perché i musei americani sono affamati di antichità, e tutto ciò che è in loro possesso lo mettono in evidenza.

Gino P: Però queste fondazioni, queste istituzioni, curano magari delle attività collaterali?

G. Braghò: Si, questo si, e poi nel caso specifico ci sono delle missive che provano la conoscenza di reperti di questa tipologia e provano quantomeno un certo modo di affidarsi a strumenti di questo tipo. (esistono missive del Getty Museum e del Metropolitan Museum, che costituiscono la prova di trattazione di reperti, come, in generale, diversi altri documenti di mercanti d’arte, nda).

Gino P: Non sembra tutto ciò un po’ curioso alla luce dei fatti che il clan Bush, specie l’ultimo presidente, siano stati sotto tiro per le loro politiche fallimentari e le accuse di essere strumenti di una concezione perversa del potere. Insomma…in Italia una volta si diceva che era sempre colpa di Andreotti, oggi invece c’è la “staffetta” Berlusconi-Prodi, e, su scala globale, è sempre colpa dei Bush o di gente a loro vicina…

G. Braghò: E’ solo una coincidenza, una circostanza. Guardi che allora George Bush senior era stato per un anno capo della CIA e ricopriva un ruolo molto significativo, possedeva inoltre un’importante compagnia petrolifera, la Bush-Overby Development Co. L’ex presidente era in ottimi e proficui rapporti di affari e di amicizia con Paul Getty, che a sua volta li aveva con l’ENI; le informazioni che in “casa bush” in Texas ci siano una parte dei reperti l’ho ricevuta da una certa autorevole persona. I reperti pervennero a lui durante il suo mandato di vicepresidente di Ronald Reagan. Ancora questa evidenza non la posso dimostrare, e naturalmente è compito delle autorità competenti, ma il quadro di indizi c’è. A parte questo, purtroppo per molti protagonisti dell’ “affaire dei bronzi” non ci sono solo significativi indizi, ma prove che dimostrano forti incongruenze con la realtà dei fatti.

Gino P: Nasce una causa per la “paternità” della scoperta fra i ragazzi e Mariottini…

G. Braghò: Si, e la vince Mariottini che porta una montagna di carte sorretto da adeguata assistenza legale. I ragazzi possono contare solo su “bravo avvocato di paese con studi a Roma” e non hanno niente in pugno, ma la cosa particolare è che Mariottini vince la causa non presentando il documento forte, cioè la prima dichiarazione resa a Foti, ma bensì la lettera che Foti manda al comando generale dei Carabinieri a Roma, a ringraziamento delle attività svolte, facendo riferimento in una frase le parole “in seguito a segnalazione del rinvenitore ricevuta il 16 agosto”, unica delle sei lettere di ringraziamento a istituzioni varie a contenere questo dettaglio.

Gino P: Mi scusi, ma a nessuno dei giudici era venuto in mente di andarsela a vedere un attimo questa “segnalazione del rinvenitore”? In fin dei conti questa lettera è un documento che fa riferimento alla prima dichiarazione ufficiale…

G. Braghò: Non ne erano obbligati, dovevano solo giudicare in base alle carte e lo hanno fatto doverosamente.

Gino P: …Ma per una disputa così importante non sarebbe stato opportuno farsi mandare almeno fotocopia di questa dichiarazione? Insomma, si tratta di andare un po’ a fondo, non di fare chissà quale investigazione…Io lo trovo un errore procedurale. E se c’era stato uno smarrimento del documento? Ciò avviene anche per atti protocollati e infatti se ne pagano le conseguenze. Chi ha detto ai giudici che cosa c’era scritto effettivamente nella dichiarazione a Foti se non l’hanno letta? Se un documento X fa riferimento al principale documento Y, io voglio vedere anche il documento Y! Tutto qui…

G. Braghò: Il suo non è un ragionamento sbagliato, ma i giudici hanno solo valutato le carte, e nessuno ha fatto altra richiesta. Ognuno faccia le sue considerazioni. A nessuno era venuto in mente che ci potessero essere difformità così plateali, e chi lo sapeva non aveva nessuna intenzione di agitare le acque. Certo, se i giudici avessero avuto in mano il primo documento e altro…probabilmente sarebbero rimasti basiti e avrebbero preso in considerazione diverse possibilità. Dovevano giudicare dalle carte e lo hanno fatto secondo giustizia. Diciamo pure così.

Gino P: Ed Enzo Rudatis? Il Capitano della Finanza dove si rivolsero i ragazzi il 17 agosto?

G. Braghò: Sa com’è…se vengono stralciate le carte del verbale e non si cercano testimoni di quell’avvenimento o nessuno vuol testimoniare c’è poco da fare. Ci potrebbero essere sviluppi importanti in tal senso…molto altro affiora dai mari delle memorie e del vissuto, ma non mi faccia dire di più…ci sono due inchieste...io sono un ricercatore e uno studioso. Il compito di procedere a certi tipi di risoluzioni spetta alle forze dell’ordine e della magistratura (foto esistenti riportano la lettera che Rocco Alì, padre dei due fratelli, spedisce al Soprintendente Foti, non otterrà mai risposta, nda)

Gino P: I Bronzi sono stati chiamati A e B, con assai poca fantasia. Non è che siano state reclamizzate poco le varie ipotesi per evitare un’identificazione scomoda? Magari se ci fosse stato immediato credito alla loro reale identità questo avrebbe incentivato ipotesi su eventuali altre statue, altri reperti, anche trafugati.

G. Braghò: Non è probabile perché effettivamente non è stato facile fare delle ipotesi fondate. Paolo Moreno, professore di Storia dell’Arte Greca e Romana all’Università di Roma-Tor Vergata, ha identificato le statue in Tideo (il giovane) e Anfiarao (il vecchio), che farebbero parte del gruppo dei “Sette contro Tebe”. Il Bronzo A è stato lavorato ad Argo, dato che la terra di fusione all’interno delle cavità, conseguentemente alle analisi chimiche e mineralogiche, è risultata identica a quella di quest’area. C’è un tempio ad Argo con un podio semicircolare e le iscrizioni dei 7, poi ci sono anche gli Epigoni, i continuatori che riscattarono la sconfitta (per conoscere questi episodi mitologici, basta fare qualsiasi ricerca su internet). C’è anche un altro dettaglio: il greco Pausania disse di aver visto nella piazza principale di Argo un monumento ai “Sette a Tebe”; egli aveva appunto redatto tra il 160 e il 177 d.c. una sorta di quella che oggi chiameremmo “guida turistica”, inoltre l’iconografia di Tideo e Anfiarao corrisponde a quella delle statue A e B. Poi sa, i tempi, i mercanti, le navi greche, romane…i motivi per cui potevano trovarsi o passare da Riace sono tanti e tutti plausibili. Bisogna aggiungere però che sui basamenti relativi al tempio citato i Bronzi non trovano nessuna corrispondenza ai punti di ancoraggio, e ciò, se non è necessariamente una debolezza per questa teoria, sicuramente pone degli interrogativi. L’autore di Anfiarao è probabilmente Alcamene, mentre per Tideo è Agelada. Sui Bronzi c’è anche l’ipotesi di Castrizio, fra le altre…

Gino P: Mariottini che ruolo ricopre oggi?

G. Braghò: Bisogna tornare in terra di Enotria (Calabria). Maria Teresa Iannelli è direttrice del Museo di Vibo Valentia, ispettrice di un vastissimo territorio, responsabile dell’Archeologia Subacquea della Calabria, e riguardo a quest’ultimo aspetto bisogna dire che Mariottini su investitura della Iannelli ha fatto parte di varie operazioni di archeologia subacquea, con un incarico di collaborazione per oltre 20 anni. Ha svolto mansioni riservate ai professionisti sotto forma di “prestazioni gratuite di volontariato”, e ha ricevuto compensi di “rimborso spese” che sono agli atti! La legge non consente ai volontari appassionati, con brevetto per immersioni sportive, di potersi sostituire in alcun modo e in nessuna mansione secondaria all’archeologo subacqueo. E’ il ministero che addestra l’archeologo subacqueo con corsi severi e costosi, e queste figure professionali sono sempre a disposizione delle soprintendenze che ne fanno richiesta. Dopo questo piccolo scandalo Mariottini continua a fare l’“archeologo” per conto della soprintendenza, seppur oggi con un territorio di competenze più limitato, e le sue opinioni sono agli atti come consulenze professionali; assurdo, o forse no se ricostruiamo i fatti del passato, cosa ne dice?

Gino P: …Mariottini si fa intervistare?

G. Braghò: No, si è trincerato. Io non intendo fare la guerra a Mariottini o ad altri, ma semplicemente amo la verità.

Gino P: Torniamo ai Bronzi…se uno dei bronzi, secondo la descrizione resa dal Mariottini, aveva ancora uno scudo al braccio, non si dovrebbero osservare dei segni di forzatura o qualche indizio?

G. Braghò: Eh certo, infatti osservi pure le foto…Per esempio i fori non sono incrostati e avrebbero dovuto esserlo (ci sono diverse foto dei Bronzi appena recuperati, nda)

Gino P: Torniamo ad oggi, sono state fatte ulteriori indagini?

G. Braghò: Una missione italo-americana aveva evidenziato significative e numerose anomalie metalliche sul fondo che richiedono ulteriori approfondimenti. Su parere “tecnico” del “Mariottini” si era deciso di non procedere subito…

Gino P: E adesso?

G. Braghò: La situazione ha preso una piega grottesca. Ricevo mesi fa foglio di comunicazione dove vengo inserito, con tanto di numero di telefono per facilitare i contatti, tra un gruppo di persone incaricate di procedere per una operazione di ricerca sui fondali, anche se il mio ruolo era informale; ci sono fra questi esponenti del Ministero la Dott.ssa Silvana Rizzo, referente di Rutelli, il Prof. Claudio Moccheggiani Carpano, esperto e valente archeologo subacqueo, oltre ad altre autorità competenti. Ebbene, ci mettiamo d’accordo per una tale data e succede che loro si recano giorni prima senza avere l’accortezza di telefonarmi. Se pure io avessi capito male la data in cui dovevamo riunirci a Riace per procedere con queste operazioni, cosa altamente improbabile, non si capisce come mai io non abbia ricevuto alcuna telefonata, essendo stato messo il mio nome e il mio numero di telefono in un foglio di comunicazione ufficiale del Ministero dei Beni Culturali! Ci mancherebbe solo di sentirsi rispondere che “non ne erano obbligati”. Questa nuova necessità di tenermi in disparte dagli sviluppi non depone bene sull’intera faccenda, e, naturalmente, è ovvio che è un intento destinato a fallire perché prendo le mie contromisure, faccio le mie ricerche, e naturalmente gli amici della giustizia e di una corretta informazione, come voi di Fenix, esistono.

Gino Pitaro

SEGNALO IL LIBRO "FACCE DI BRONZO personaggi & figuranti a Riace" di Giuseppe Braghò, con un ricco corpus fotografico e documentale, edito da Pellegrini Editore www.pellegrinieditore.it  

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